Moto, Regolarità e
ricordi
Gent.mo Sig. Severgnini,
leggo oggi, con immenso piacere, il Suo articoletto su Sportweek del 5
marzo
riguardo la "Regolarità", quella delle moto, per intenderci:
sono uno di
quelli che la Regolarità l'ha fatta, o meglio l'ha corsa, avevo
un Ancillotti
Sachs 50 giallo canarino (ricorda?) e, sulla licenza di pilota, Le
dò una
chicca, c'era scritto "Regolarità Audax 50cc", il tutto timbrato
su un bollino
rosso.
Avevo 14 anni e 1 giorno, e già la licenza in mano, io,
piccoletto figlio
di un commissario della FMI, nel cui sangue scorreva, e scorre
tutt'ora,
la benzina rossa (con Castrol TT a completamento) e non esattamente
sangue.
Il Team di allora, formato più da appassionati un po'
raccogliticci che non
da professionisti Team Manager come oggi, si chiamava "Motosport Dome",
col
giubbino verde a scritte rosse, per fare il verso alla ben più
famosa Italica
Assicurazioni Careter (che blasone!). Ebbi anche l'onore di indossare
la
maglia tricolore della Scuderia Regginflex Materassi, la stessa che
indossò
il più forte, il più grande, l'indimenticato Alessandro
Gritti. E delle citate
mucche, delle carraie alle Valli, i pratoni del Magnolini, i teutonici
con
gli Zundapp rossi, Stodulka con la CZ 500, Gritti e Testori, Brissoni e
Rottigni,
i KTM onnipresenti (c'erano anche rossi!), il Puch 50 giallo di Perego
alla
6 giorni (Dio mio, che mito!) e qualche gallina poco prudente
schiacciata
(ahimè! successe), conservo vividi i ricordi di un'adolescenza
meravigliosa
che nulla e nessuno potrà ridarci: e i Belstaff di moda oggi noi
già li avevamo
30 anni fa, appicicosissimi e neri, e guai se la mamma li lavava, con
la
tasca sinistra storta per tirar fuori meglio la tabella ai controlli,
completi
di pantaloni da indossare sopra gli Alpinestar o gli RG, e loro
sì, ne videro
di tutti i colori, a quei tempi che non ne vogliono sapere di
abbandonare
la memoria di noi regolaristi.
Da Reggio Emilia, un saluto da parte di un lettore motociclista
(divenuto scooterista come Lei).
Andrea Perisi, principeomar@virgilio.it
Bei
ricordi - teniamoli da conto, caro Andrea (lei però era un
campioncino, io
solo un volonteroso). Incollo sotto il mio pezzo per Sportweek, che
magari
interessa ad altri.
La nostra regolarità era estremamente irregolare,
ma divertente. Tra i molti sport che la mia generazione ha frequentato
con
poco successo, ma con molta passione, c'è anche questo:
motociclette avanti
e indietro tra i campi e su e giù per le montagne, nell'Italia
irruenta
e pre-ambientalista dei primi anni Settanta. Se mio figlio facesse
quello
che noi facevamo allora, mi preoccuperei. Ma ai tempi i genitori non
capivano,
o fingevano di non capire. Alcuni si rifugiavano nel fatalismo, da
sempre
il bunker antiatomico dei papà e delle mamme preoccupati. Lo
chiamavamo
motocross, ma il termine è impreciso (anche se andavamo in moto,
e attraversavamo
l'attraversabile). Il termine esatto penso sia "regolarità",
quella che oggi
chiamano "enduro". Le moto, da principio, erano 50cc di cilindrata;
poi,
a sedici anni, sono arrivati i 125cc. Tra i 50cc ricordo il Beta, il
cui
serbatoio ricordava uno spermatozoo; l'Aspes dall'aspetto nevrotico
(coi
parafanghi in fibra, che si rompevano sempre); il Gilera coloro
caffelatte,
che aveva un bel rumore; il mitico Zundapp, così alto che un
quattordicenne
sembrava Ulisse seduto sul cavallo di Troia; il Fantic Caballero, nome
da
periferia urbana, che sembrava più grosso di quella che era. Io
aveva il
Mondial con la testata radiale, serbatoio dorato. Non ne ho mai visto
un
altro. Credo che alla Mondial abbiano prodotto il mio, e poi si siano
dati
agli impianti di riscaldamento. Scrivere questi nomi, a trent'anni di
distanza,
mi emoziona. Quante gioiose manomissioni, quante dicussioni sul
rapporto
pignone-corona, quanti marmitte svuotate, chiusini puzzolenti, mucche
spaventate,
contadini arrabbiati, campi attraversati, amiche portate abusivamente
tra
i suddetti campi, con intenzioni che andavano al di là del
motocross. Il
poeta che si nasconde in ogni quindicenne registrava immagini, suoni e
odori
che sono rimasti da qualche parte nel cervello: l'olio bruciato, gli
sterrati,
le riprese, i salti, le cadute. C'erano poi le gare: modeste corse nel
fango
della campagna cremasca, per quasi tutti. Quelli bravi (due Giò,
un Antonio,
un Gianni) partecipavano anche alle Valli Bergamasche, un nome che
racchiudeva
poderose suggestioni. Vere discese e vere salite, per cominciare. Sulle
montagne
del bergamasco, in motocicletta, sarei salito più avanti, con un
Puch 125
rosso tra molti KTM azzurri. Il Puch - comprato usato - ha
rappresentato
la mia epopea motoristica. Avevo un equipaggiamento più
volonteroso che adeguato
(le piogge orobiche mi aspettavano per punirmi). Salivo sentieri della
Val
Seriana che una persona ragionevole non dovrebbe scendere a piedi. Ogni
tanto
scivolavo, e mi rialzavo. Tornavo coperto di fango, ma tornavo. Mettevo
la
moto in garage e mia madre, al balcone della Palazzina Est di Bratto,
tirava
un sospiro di sollievo. Sono stato - sono ancora - un monogamo
motoristico.
Così, sostituito il Mondial (1971/73) col Puch (1973/75),
venduto il Puch
per un Vespone bianco (1975/1980), ceduto il Vespone per una BMW R65
(1980),
oggi guido una Vespa di famiglia del '54. E' curioso, pensandoci: sono
diventato
un motociclista regolare solo quando ho abbandonato la
regolarità. Un po'
la rimpiango. Credo sia regolare anche questo.
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